In ascolto: U2 – With or Without You
Cahier de route
Questo è l’ultimo.
Non lo dico per creare attesa, né per essere smentito domani mattina. Lo dico perché è vero, e perché in questo quaderno ho cercato di scrivere solo cose vere.
La prima versione di queste righe l’ho scritta a metà agosto, convinto che fosse finita. La vena che si spegne, la fiamma più bassa, le parole da andare a cercare. Mi sbagliavo, o forse no. Le parole sono tornate, ma ogni volta costavano di più.
Sono tornate con i suoi occhi. Con quel verde che sa di mare, con la pupilla dove a un certo punto ho smesso di vedere lei e ho visto me. Sono tornate con un orologio a due colori e uno stesso fuso, con la polvere di stelle in un raggio di sole, con due pesci legati da un filo.
Sono tornate con una frase incisa sulla pelle, che ho toccato come si tocca una cosa che non si cancella. Con una parola greca, achoristia, ciò che non si può dividere. Con una data, l’8 settembre, che è una linea, e con altre date cerchiate sul calendario dell’anima, cinque giorni che valevano mille vite.
Sono tornate con il silenzio, che ha un rumore. Con una scritta blu, “online”, e un numero grigio, “ultimo accesso”, che da soli sapevano farmi più male di qualsiasi frase. Con una notte in cui la penna è passata a lei. Con sessantuno giorni che sul calendario erano due mesi e nel cuore vent’anni. Fino a oggi, a un diamante: duro, puro, luminoso, eppure tagliente.
Ho scritto per capire, e forse ho capito. Ma ogni pagina mi ha lasciato un po’ più esposto e un po’ più stanco.
Perché ecco la cosa che nessuno ti racconta quando ti dice che scrivere aiuta. È vero, aiuta. Quello che ti gira in testa come un vento senza direzione, sulla pagina prende una forma, un inizio e una fine. Ma c’è un prezzo, e il prezzo è la concretezza. Le proprie debolezze scritte su un foglio hanno un peso che dentro non avevano. Le rileggi e non puoi più dirti che era solo una giornata storta. Ci sono. Le hai firmate. Sono tue.
E allora capita che la mano si stanchi prima del cuore. Non perché non ci sia più niente da dire, ce ne sarà sempre, ma perché dirlo significa guardarlo, e guardarlo significa non poterlo più dimenticare.
Non so se sia una resa. Non chiudo una storia, chiudo un quaderno. E i quaderni sanno aspettare.
Grazie a chi ha letto. Grazie a chi ha riconosciuto in queste righe qualcosa di suo e non ha detto niente, che è il modo più bello di dirlo.
Le parole “fine”, l’ho scritto più di una volta, non arrivano quasi mai con le istruzioni allegate.
Nemmeno questa.
Cahier de route dall’ultima pagina
In “La mia coperta di Linus” 23:47 era il suo ultimo accesso.
Stasera 23:47 è la mia ultima pagina.
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