In ascolto: Pink Floyd – Shine On You Crazy Diamond (Parts I–V)
Duro.
Puro.
Luminoso.
Eppure tagliente.
Lei è tutto questo, insieme, senza mai chiedere scusa per nessuna delle quattro cose.
Il diamante nasce a più di cento chilometri sotto terra, nel buio, sotto una pressione che spezzerebbe qualsiasi altra cosa. È solo carbonio. Lo stesso della grafite di una matita, della cenere, di ciò che si sporca e si cancella. Cambia soltanto quello che ha sopportato.
Io l’ho capito guardandola.
Duro, perché non cede mai davanti agli altri. Piange, a volte, ma lontano, dove nessuno vede la pressione che porta dentro.
Puro, perché quando ama non sa farlo a metà. Non conosce le mezze luci.
Luminoso, perché ogni volta che entra in una stanza cambia la direzione di tutto. Anche dei miei pensieri.
E tagliente. Questo l’ho imparato col tempo.
Il diamante si incide solo con un altro diamante. Forse è per questo che nessuno riesce a toccarmi come fa lei. E forse è per questo che io, con le mie parole, so ferirla più di quanto vorrei.
Due cose dure che si avvicinano troppo non si abbracciano subito. Prima si graffiano.
Eppure non mi sono mai tirato indietro. Perché sotto la luce che acceca c’è una fragilità che solo pochi sanno vedere. Il diamante è il più duro dei minerali, ma colpito nel punto giusto si spezza.
Quel punto, in lei, io lo conosco da sempre.
E non l’ho mai toccato.
Non lo toccherò mai.
Ma anche io ne ho uno.
E lei lo sa.
Lo ha capito prima che glielo dicessi, dal modo in cui a volte tacevo, da una parola che ho lasciato a metà, da uno sguardo che ho distolto un secondo troppo tardi. Lo ha trovato senza cercarlo.
E, come me, ha scelto di non toccarlo.
Questo, per noi, è amare.
Avere in mano l’unico modo per spezzare l’altro, e usare quella mano soltanto per restare.
La sua luce mi arrivava anche quando era lontana, e bastava quella a cambiarmi il colore della giornata. Non ho mai voluto possederla. Ho voluto restare abbastanza vicino da essere la luce che, ogni volta, l’attraversava, e lasciare che fosse lei la mia.
Perché un diamante non brilla da solo.
Ha bisogno di qualcuno che gli stia davanti, e che non distolga lo sguardo.
Cahier de route da cento chilometri sotto terra
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