In ascolto: Ludovico Einaudi – Nuvole bianche
Stamattina, all’ora della solita chiamata, non c’è stata nessuna telefonata.
Ogni giorno quell’ora aveva un suono preciso.
Il telefono che si accende, la voce che arriva prima del resto,
le parole che si mettono in fila senza chiedere permesso.
Stamattina, al suo posto, c’era un vuoto.
Un vuoto in cui nessuno dei due ha messo un piede.
Però a quell’ora ci siamo trovati online.
Due luci accese nello stesso minuto.
Come quando ti volti e scopri che anche l’altro si stava voltando.
Nessun “ciao”. Nessun “come stai”.
Solo quel tempo che di solito era delle parole,
e che nessuno dei due ha avuto il coraggio di riempire.
Allora ci siamo accarezzati con lo sguardo.
I suoi occhi verdi e i miei occhi scuri,
a distanza,
a parlarsi attraverso lo schermo illuminato di un telefono.
Io ho guardato lei come si guarda un posto che si conosce a memoria
e che ogni volta sembra nuovo.
Lei ha guardato me, e il verde ha fatto quello che fa sempre:
mi ha tolto le difese senza chiedere niente in cambio.
Non serviva altro.
Lei lo sapeva. Io anche.
Ho capito che a volte anche il silenzio sa accarezzare l’anima come la voce.
Che le parole, certi giorni, sono solo il modo che abbiamo
per riempire lo spazio tra due sguardi.
E che si può dire tutto, senza dire niente,
se dall’altra parte c’è qualcuno che sa leggerti negli occhi.
Poi lo schermo si è spento.
Gli occhi no.
All’ora della solita chiamata, stamattina, non abbiamo parlato, ma ci siamo detti tutto lo stesso.
Cahier de route da uno schermo acceso, all’ora in cui di solito si parla
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