Pupilla

In ascolto: Cook da Books – Your Eyes (La Boum 2, 1982)

C’è un momento, quando la guardo, in cui smetto di vedere i suoi occhi.

E vedo me.

Piccolo. Scuro. Una sagoma controluce, senza lineamenti, senza età.

Sta lì, esattamente al centro. Dentro il nero della pupilla, circondato da quel verde che non dovrebbe nemmeno esistere.

I latini lo sapevano già. La chiamarono pupilla: bambolina. Perché chi guarda da vicino negli occhi di qualcuno ci trova sempre una figura minuscola. Se stesso, ridotto a giocattolo.

Duemila anni dopo ho fatto quasi per caso la stessa scoperta.

Non è un riflesso nitido. Non è uno specchio. Uno specchio restituisce tutto, anche quello che non vuoi vedere: le occhiaie, gli anni, le imperfezioni del viso.

Lei no. Lei restituisce solo la forma. Il contorno di un uomo.

Come se il resto non contasse.

Ed è una sensazione bellissima.

Non essere guardato. Essere accolto.

Stare dentro. Esattamente dentro. Nel punto da cui passa tutta la luce che lei vede del mondo.

Per un istante sono io quella luce. E quegli occhi non mi lasciano uscire. Mi trattengono, con la stessa calma con cui il mare trattiene chi non ha più voglia di tornare a riva.

Perché sono occhi caldi. Dolci. Hanno il verde di certe acque dei Caraibi, quelle basse, dove il sole arriva fino al fondo, il fondo è sabbia bianca e non c’è niente da temere.

Ci si può restare ore.

Ho passato anni a cercare il mio riflesso nei posti sbagliati. Nelle vetrine. Nei giudizi. Negli occhi di chi mi guardava per misurarmi.

Ora mi ritrovo in occhi verdi che a volte diventano gialli. E che non mi hanno mai chiesto di essere diverso da quello che sono.

Una sagoma scura. Una bambolina.

Dentro i suoi occhi.

Cahier de route da una pupilla verde.

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