In ascolto: Nick Cave & Kylie Minogue – Where the Wild Roses Grow
Ci sono parole che si scrivono e parole che si incidono.
Le prime si possono cancellare. Le seconde restano sotto pelle, dove il sangue continua a tenerle in vita.
Il mio tatuaggio dice: il cielo è nei suoi occhi, l’inferno nel suo cuore.
L’ha scritta Balzac. Per un gatto.
Mi è sempre sembrata la distanza giusta, quella. Amare qualcosa che non ti deve niente. Che ti sta accanto solo finché gli va, e quando se ne va non chiede scusa.
Amare qualcosa che potrebbe andarsene domani. E amarla lo stesso.
Ma non me la sono fatta scrivere addosso per un gatto.
Me la sono fatta scrivere perché è la mia, di dualità. Perché nello stesso corpo ci stanno tormenti e passioni viscerali e dannazione d’inferno che incupiscono l’animo e, allo stesso tempo, una voglia di leggerezza e una tenerezza incontenibili che rallegrano il cuore. Perché so essere il posto più caldo di qualcuno e, la settimana dopo, il silenzio più lungo.
Il cielo e l’inferno non si alternano. Convivono.
Poi è arrivata lei.
Con i suoi occhi da gatta. Verdi.
A volte gialli.
Sempre vivaci, attenti.
Come una gatta è capace di fare le fusa, graffiare, o stare immobile a fissarti. E intanto, dentro, sta calcolando le dimensioni dell’intero universo.
Il verde degli occhi, tecnicamente, non esiste. Non c’è pigmento verde nell’iride: c’è poca melanina, la luce entra, si sparpaglia, e quello che torna indietro è un colore che nessuno ha mai davvero messo lì. Un’illusione ottica.
Il verde è il colore di quello che non si addomestica. Il muschio sotto i sassi. L’acqua dei laghi di montagna a maggio. Lo sguardo dei gatti sul muretto, che ti fissano senza chiedere permesso e senza abbassarsi mai per primi.
È il colore dei Caraibi… e dei sogni.
Selvaggio.
E poi c’è l’altra cosa: che quel verde, in certi momenti, si accende. Quando ride. Quando è a un centimetro mentre la sto baciando. Quando la luce le arriva di taglio e per un secondo e mezzo diventa oro.
Lussurioso. Non c’è un altro modo di descriverlo.
Un verde che non guarda: prende l’anima e non la restituisce più.
La verità è che quella frase me la sono incisa anni prima di conoscerla.
E per anni ho creduto che parlasse di me.
Forse invece era un’attesa. Una profezia scritta al contrario, sulla pelle sbagliata, che aspettava solo gli occhi giusti in cui rileggersi.
Il cielo è nei suoi occhi, quel paradiso che ogni tanto fa capolino.
E l’inferno nel suo cuore. Che poi non è il posto dove si viene puniti: è il posto dove si brucia da sempre, senza consumarsi mai del tutto. Lo riconosco perché è lo stesso che mi porto io, alla stessa identica temperatura. Non ci si innamora di chi ti salva. Ci si innamora di chi arde uguale, e non chiede di essere spento.
L’inchiostro non si cancella.
Si sbiadisce, cambia colore con gli anni, si confonde un po’ con la pelle.
Ma resta lì. Sotto. Esattamente dove l’avevi messo.
Come certi sguardi.
Cahier de route da una pelle che non si cancella.
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