In ascolto: Enya – Caribbean Blue
Ai Caraibi ci sono stato.
Più di una volta.
Eppure la prima volta che li ho davvero visti è stata in un paio d’occhi.
I suoi.
Quel verde che sa di mare e di sale. Che al mattino è acqua chiara e al tramonto si fa scuro, profondo.
Il mare dei pirati. Dove secoli fa si nascondevano tesori su isole che non stavano su nessuna mappa, e si beveva rum cantando sotto lune così piene da far brillare le spiagge.
Acqua bassa sopra la sabbia bianca, dove la luce scende fino in fondo e torna su più calda.
Era lì che guardavo quando guardavo lei.
Non sempre ascoltavo le parole.
Ascoltavo il colore.
Ci sono occhi che si guardano.
E occhi in cui si naufraga.
I suoi avevano il calore dei posti dove l’inverno non arriva mai davvero. Dove il sole non chiede permesso. Dove tutto è un po’ selvaggio, un po’ indomabile, a volte un po’ pericoloso. Come una corrente che sembra calma finché non ti ci trovi dentro.
Io ci sono entrato senza salvagente.
Sapevo nuotare, credevo.
Aveva qualcosa di esotico anche nelle cose più semplici.
Bastava che alzasse gli occhi e fuori non era più novembre.
Era lei, l’estate.
Il resto era solo calendario.
Poi le maree cambiano.
Lo sa chiunque viva vicino al mare.
Io l’ho imparato tardi.
Adesso quel colore torna quando vuole. Un riflesso su un vetro. Un bicchiere d’acqua controluce. Un lago di montagna d’estate.
Turchese, poi verde, poi quella sfumatura che non ha nome.
Non chiede permesso.
Come lei.
Dicono che l’acqua dei Caraibi abbia quel colore perché è poco profonda.
Non è vero.
Io ci sono affondato.
Ai Caraibi ci tornerò.
Guarderò quel mare, come sempre.
E come sempre, sarà lui a somigliare a lei.
Mai il contrario.
Cahier de route da una spiaggia che ha i suoi occhi.
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