In ascolto: Spandau Ballet – Through the Barricades
Io e lei, all’inizio, ci siamo ascoltati tutti d’un fiato.
I primi giorni, le prime parole, le prime sere. Senza scegliere, senza tornare indietro. Come un disco in vinile appena comprato, messo sul piatto con la fretta di chi ha fame di ascolto.
Lei era il mio vinile: morbido, sensuale, caldo al tatto e al suono. Musica vera, con l’anima dell’imperfezione del suono, del fruscio, musica diversa da quella digitale di oggi, perfetta e senz’anima. A portata di mano, certo, ma proprio per quello mordi e fuggi.
All’inizio tutto scorreva, e non trattenevo niente, perché non sapevo ancora che un giorno avrei voluto trattenere tutto.
Poi il tempo ha fatto il suo lavoro, e ho iniziato a riconoscere le tracce.
C’è quella in cui lei mi ha guardato per la prima volta in un modo diverso. C’è quella in cui abbiamo riso di niente, a lungo, fino a dimenticare di cosa ridevamo. C’è quella lenta, che non ho capito subito e che adesso so a memoria.
E poi ci sono quelle che salto. Non perché non siano nostre, ma perché fanno ancora male al primo ascolto.
Con lei torno indietro spesso. Di poco, di pochissimo.
Non all’inizio del disco: a un passaggio preciso. Una sua parola detta piano. Un gesto fatto di sfuggita. Uno sguardo. Lo ascolto, e poi lo riascolto ancora, con gli occhi chiusi, muovendo le labbra senza suoni o le mani come su una tastiera di pianoforte invisibile.
Non sempre lo trovo al primo colpo. Come sul vinile: alzi il braccio, cerchi il solco a occhio, sbagli di qualche millimetro. Arrivo un attimo prima, o un attimo dopo. Ma ci arrivo.
E poi c’è il fruscio.
Quello tra una traccia e l’altra, tra me e lei. I silenzi prima di dirci qualcosa di importante. I silenzi dopo, quando era già stato detto e restavamo lì, senza muoverci, mentre il solco girava ancora un poco a vuoto.
Nessuno lo ha scritto, quel suono. Non era previsto in nessuna scaletta. Eppure, adesso lo so, era la parte più nostra del disco. Era l’attesa resa udibile. Era il nostro modo di dire sto per dirti qualcosa, oppure è finita, ma resta ancora un momento.
Non so quante tracce restino su questo lato.
So che certe le ho consumate a forza di tornarci. So che il fruscio, tra me e lei, non l’ho mai sentito come un difetto. Era già musica.
E ogni tanto, ancora, abbasso la puntina. Solo per sentirlo.
Cahier de route, dal fruscio di una puntina
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