In ascolto: Chris Isaak – Wicked Game
La pelle ha una memoria che la mente non conosce. Non ricorda le date. Ricorda le mani.
Ricordo il primo contatto. Le sue dita sulla mia pelle, il suo profumo, l’aria che si spostava come una carezza sul mio corpo, le mie dita che tamburellavano sulla sua schiena mentre la stringevo a me.
E poi è arrivato tutto il resto.
Fare l’amore con lei non era un gesto. Era una lingua. Senza parole. Fatta di respiri che si cercavano al buio, di silenzi che dicevano tutto, di sguardi che si incrociavano e facevano l’amore nell’amore, come un gioco di scatole cinesi.
La sua pelle aveva una temperatura sua. Non calda. Viva. Ogni volta che la sfioravo sembrava la prima. Ogni volta che mi stringeva sembrava l’ultima.
C’era una lentezza, in noi. Come se il tempo avesse deciso di aspettarci fuori dalla porta. Le lenzuola diventavano mare. Le sue spalle, la riva. Io naufragavo. E non chiedevo di essere salvato.
Il suo respiro che cambiava ritmo prima ancora di lei. Le mani che non sapevano più dove finiva l’uno e cominciava l’altra.
Non era possesso. Era riconoscersi.
Perché non è mai stata solo attrazione. Lei mi è sempre piaciuta in un modo che la bellezza da sola non spiega.
La prima volta, nella penombra, l’ho guardata di profilo. Mi piaceva guardarla così. In silenzio. La linea della fronte. Il naso. Le labbra appena socchiuse.
E l’ho riconosciuto. Non l’avevo mai visto, eppure lo conoscevo. Un profilo che mi sembrava di portare nel cuore e nell’anima da molte vite. Come un ritratto custodito dentro, in attesa di un volto a cui somigliare.
Poi è arrivata lei. E il ritratto ha smesso di aspettare.
E poi il dopo. Il dopo era la parte più intima. La sua testa sul mio petto. Il cuore che rallentava. Gli sguardi, i baci, le carezze.
A volte anche le lacrime, acqua salata per innaffiare cuori straziati.
Perché certi amori fanno bene e fanno male nello stesso respiro. E noi lo sapevamo. Anche quando fingevamo di non saperlo.
Oggi la pelle ricorda ancora. Un brivido senza motivo. Un profumo per strada. Una canzone.
E a volte, senza accorgermene, le mie dita tamburellano piano sul nulla.
Cercano una schiena che non c’è.
La mente ha imparato a lasciarla andare.
La pelle no.
Cahier de route da una pelle che ricorda.
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