In ascolto: Samuel Barber – Adagio for Strings
Per mesi abbiamo riempito le ore di parole. Parole scritte o pronunciate. Ore di conversazioni che sembravano appena iniziate e invece duravano da intere mezz’ore.
Messaggi che messi insieme avrebbero superato le pagine di un poema epico.
Il buongiorno delle sette. La buonanotte a mezzanotte, la pausa caffè e quella del pranzo, e le chiacchierate durante i viaggi in auto verso una destinazione qualunque.
Poi niente.
Il silenzio non è affatto vuoto come si potrebbe pensare. Il silenzio è pieno fino all’orlo, e pesa. Pesa come una stanza da cui qualcuno è appena uscito, e l’aria conserva ancora la forma del suo corpo.
Ho imparato a riconoscerne i gradi. C’è il silenzio delle tre del pomeriggio, distratto, che si confonde col traffico e con gli impegni di lavoro e non fa troppo male. E c’è quello delle undici di sera. Quello arriva vestito bene, si siede di fronte a me e non dice niente. Aspetta. Sa di avere tutto il tempo del mondo.
Giro il telefono a faccia in giù per avere almeno l’incertezza e la speranza di un messaggio che potrebbe arrivare e poi venire cancellato così da non lasciare traccia. Ma con lo schermo che non si illumina non posso saperlo. E posso illudermi.
Nessuno ci avverte che le persone non se ne vanno sbattendo la porta. Se ne vanno abbassando la voce. Un messaggio più corto, poi più tardi, poi domani. Finché il domani non arriva e nessuno dei due lo dice.
Il contrario dell’amore non è l’odio. È il tono piatto di una conversazione che non ha più fretta di arrivare da nessuna parte.
Mi mancano le parole, ma mi manca soprattutto il rumore: il respiro prima di una frase difficile, la risata storta a metà, quel modo che aveva di dire il mio nome come se fosse una domanda.
Adesso il mio nome non lo chiede più nessuno.
E resto qui, in una stanza da cui è appena uscita, dove l’aria conserva ancora la forma del suo corpo.
Cahier de route da un silenzio che ulula alla luna
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