In ascolto: Chris Isaak – Wicked Game
Qualche settimana fa ho scritto di una frase incisa su un braccio che non è il mio. L’avevo letta tante volte, quell’inchiostro avvolto intorno alla pelle come un rosario, con la lentezza con cui si legge una cosa che si capisce di non poter più dimenticare. Ovunque tu sarai io lì sarò, non ho che te. Non l’avevo pensata io, non l’avevo scritta io: me l’ero trovata davanti già fatta, già decisa, già eterna. E l’unica cosa che mi era rimasta da fare era la più difficile — riconoscerla come vera. L’avevo fatta restare. Poi avevo cercato di non pensarci più, sperando in segreto che quell’inchiostro, un giorno, avesse nomi diversi.
Non è successo.
In compenso ho scoperto una cosa che allora non sapevo: un certo tipo di inchiostro non ha bisogno dell’ago. Passa lo stesso sotto la pelle.
Non l’ha inciso nessuno, non l’ho scelto io, non c’è una data da ricordare. Non c’è stato nessun momento in cui ho detto sì. C’è solo che scrivo continuamente, pensando a te, dove capita — sui margini, sul dorso della mano, su pagine che non spedisco — e poi mi lavo le mani pensando di aver risolto qualcosa.
Non funziona. Le parole vere non si stancano: lo avevo già scritto, e mi tocca riscriverlo.
C’è una differenza, però, e l’ho capita tardi. Chi si fa incidere una frase sceglie il dolore e sceglie la durata: entra, si siede, decide dove metterla e quanto grande. Sa il giorno. Sa il prezzo. A me nessuno ha chiesto niente. Il mio inchiostro è entrato di notte, una parola alla volta, senza anestesia e senza contratto, e quando me ne sono accorto era già asciutto e indelebile.
Dicono che l’inchiostro sbiadisca. Mentono. Sbiadisce la carta, sbiadisce la pelle, ma l’inchiostro resta esattamente dov’era, ad aspettare che sia tu a farti più trasparente.
E allora smetto di cercare di toglierlo. Ho passato mesi a strofinare, a coprire, a tenere le mani in tasca. Adesso lo lascio fare: che scriva pure, che arrivi dove deve arrivare. Non è una resa. È il modo più onesto che ho trovato per tenerti.
Un tatuaggio nell’anima: ecco cosa sei.
Quella frase là fuori continua ad avere i suoi nomi. Io continuo a immaginarne altri. E ogni tanto, di notte, li vedo sovrapporsi per un secondo in quell’intreccio simile a un rosario — il tempo di un tratto di penna, non di più.
Poi la luce cambia, i nomi tornano al loro posto, e resta solo il ricordo di quel braccio.
E scrivo, per vedere quel piccolo fiume nero che danza sul foglio.
Mi sporco le dita.
Non me le lavo.
Inchiostro nero sulla pelle e sotto la pelle.
Nero, il colore di questa passione.
Cahier de route da sotto la pelle.
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