Otto settembre

In ascolto: Céline Dion – Where Is the Love

In Italia l’otto settembre non è una data: è una linea. C’è un prima e c’è un dopo, e in mezzo una sera del 1943 in cui una voce alla radio legge un comunicato di poche righe e da quel momento nessuno sa più da che parte stare. Non è una vittoria, non è una sconfitta. È un cambio di stato — il paese si chiama ancora come il giorno prima, ha le stesse strade, le stesse case, e non è più lo stesso. Milioni di persone si svegliano dentro una vita che è cambiata mentre dormivano, e ci metteranno anni a capire cosa sia successo esattamente.

E, a seconda dei colori, quell’8 settembre verrà raccontato in maniere differenti.

Ho sempre pensato che sia questa la cosa più vera dell’otto settembre: che chi lo attraversa non sa di starlo attraversando. Le date importanti non arrivano annunciate. Arrivano vestite da giorno qualunque, e solo molto dopo qualcuno le scrive sui libri; quelli di storia li scrive chi vince le guerre, quelli di vita li scrive, poi, chi la attraversa da una parte o dall’altra.

Ma l’otto settembre è anche altro.

È il giorno in cui, nel 1474, nasce a Reggio Emilia un bambino che si chiamerà Ludovico Ariosto e che passerà la vita a scrivere di un uomo che perde la testa per amore — non per modo di dire: la perde proprio, gli esce dal corpo, e lui resta lì a vagare per mezza Europa senza sapere più chi è.

Ma il senno di Orlando non è andato distrutto. È sulla luna: l’unico posto rimasto dove poteva essere finito. Lassù finisce tutto quello che sulla terra si perde — le promesse, il tempo buttato, le preghiere, l’amore mal riposto — e ognuno ha la sua ampolla con sopra scritto il proprio nome. Ariosto poteva far finire quel senno da qualsiasi parte. Ha deciso che non si perde niente: si cambia solo posto.

Io, dell’otto settembre, ho una versione privata. Non c’è nessun comunicato per radio, nessuna piazza, nessuna bandiera. C’è uno sguardo, ed è già un anno.

Non è successo niente, quel giorno.

Nessuno ha fatto niente di speciale. È solo che a un certo punto due sguardi si sono incrociati e da lì in avanti tutto quello che è venuto dopo appartiene a un tempo diverso da quello di prima. Come il ’43: la vita si chiamava ancora come il giorno prima, aveva le stesse strade, le stesse case. E non era più la stessa. Anche io ci ho messo mesi a capire cosa mi fosse successo esattamente, e ancora adesso, se qualcuno me lo chiedesse, non saprei da dove cominciare.

Forse è per questo che le due cose stanno bene insieme, la radio di settembre e l’ampolla sulla luna. Perché raccontano lo stesso movimento: qualcosa che ti esce di mano in un giorno qualunque e non torna più come prima. Il ’43 dice che una vita può cambiare mentre dormi. Ariosto aggiunge la parte gentile: che quello che hai perso non è sparito, sta soltanto da un’altra parte. In un posto che non puoi raggiungere, ma che esiste.

Un anno. Le date fanno questo: tornano. Non chiedono permesso, non aspettano che tu sia pronto — si ripresentano puntuali, ogni dodici mesi, con la stessa luce di allora, e ti costringono a fare i conti su dove sei arrivato nel frattempo.

Adesso è settembre di nuovo. L’aria la sera comincia a cambiare, come sempre in questi giorni, e io conto un anno esatto da quello sguardo. Non so ancora dove porta. So che certe date non chiudono niente — aprono, e restano aperte, e continuano a domandare.

La mia ampolla è lassù da un anno esatto.

Sulla luna.

La stessa di un’eclisse recente.

E guardandola ne riesco a vedere i due lati, quello in luce e quello in ombra.

Ed entrambi mi appartengono come non mai.


Cahier de route

Scritto sotto una luna che non è più la stessa.

Lascia un commento