Il filo tra i due pesci

In ascolto: Nick Drake — Pink Moon


Questa lunga notte, verso il finire, la Luna era a quattro gradi e cinquantaquattro dei Pesci, e stava scomparendo.

Non del tutto: novantasei per cento. Restava un filo di bordo acceso lungo il margine, sottile come l’unghia di un dito, come un sussurro, come la fiamma di una candela giunta al termine. Flebile ma ancora calda e luminosa.


Lo stesso segno, tutte e due. Cancro. E lo stesso verde negli occhi — quel verde che non è mai identico due volte, che cambia con la luce e con l’ora, e che però riconosco all’istante, da qualsiasi distanza, sempre, in ognuna.

Il Cancro è governato dalla Luna. Vuol dire che questa mattina, mentre l’ombra saliva su quel disco basso a occidente, quella che spariva non era una cosa qualunque: era il pianeta che le regge entrambe.

Stessa acqua, stessa polvere di stelle, stessi elementi chimici. Eppure due mondi che non si somigliano per niente.

Perché è questo che non si riesce a spiegare a nessuno: che due amori possano essere fatti della stessa identica materia e venire fuori diversi.

I Pesci sono l’ultimo segno. Il dodicesimo, quello che chiude la ruota.

È il segno che sogna. Non per fuga — per costituzione. Governato da Nettuno, che non ha superficie solida: pianeta di nebbia, di gas, di cose che sembrano e non sono. Nei Pesci i contorni si sciolgono. Ami e ti confondi con quello che ami, e alla fine non sai più quale parte di te era già tua e quale te l’ha data qualcun altro.

I pesci.

Legati da un filo, sempre, in ogni raffigurazione — ma girati in direzioni opposte. Uno tira verso il fondo, l’altro verso la superficie. Uno nuota controcorrente, l’altro si lascia portare.

Non si sono mai raggiunti e non si sono mai persi. Continuano a girare in tondo trascinandosi a vicenda, yin e yang, la faccia visibile della luna e la sua dark side.

Luce e ombra.

Il cuore, allora, sempre diviso a metà. Ma diviso male, perché il cuore non si può dividere. È un organo unico. Con un solo rene puoi vivere. Con un pezzo di fegato anche. Ma il cuore è un organo fragile e non autonomo, se lo spezzi non si ricompone, se lo tagli non sopravvive.

Forse è per questo che i pesci sono due. Non per indecisione: per fedeltà. Due direzioni tenute insieme dallo stesso filo, per stare con entrambe senza abbandonare nessuna.


Solo che le eclissi non aprono. Chiudono.

È la cosa che nella tradizione si dice da sempre e che io ho continuato a far finta di non sapere: un’eclissi non inaugura niente, viene a prendersi qualcosa. Chiude un capitolo per conto suo, senza chiedere il permesso, e se non scegli tu sceglie il cielo al posto tuo.

Eclisse: il momento in cui l’orbita della Luna incrocia davvero la strada del Sole. Tutto il resto del tempo le due traiettorie si sfiorano, si passano sopra e sotto, si mancano di pochissimo — e va bene così, si può andare avanti anni in quel pochissimo. Ma quando le strade si incrociano per davvero, qualcosa deve restare in ombra. Non c’è una versione in cui passano entrambe intere.

Un’eclissi come questa tornerà quasi identica fra diciotto anni e undici giorni. La stessa geometria celeste, gli stessi movimenti planetari, la stessa ora bassa sull’orizzonte. Non le stesse persone.


Mentre la Luna scendeva oscurata a occidente, dalla parte opposta il cielo aveva già cominciato a schiarire. Due orizzonti nello stesso identico minuto: uno che chiudeva, uno che apriva. Non è una metafora poetica — è geometria celeste. E viceversa.

E resta quel quattro per cento. Il bordo che non si è lasciato coprire: non quello che continua, ma quello che sopravvive alla fine. Le eclissi totali fanno più impressione, e il buio pieno ha almeno il pregio di essere netto. Questa no. Questa è la versione più struggente — la quasi-scomparsa, il novantasei per cento di assenza e quel filo di luce che resta lì a dire ci sono, sono qui.

Poi la Luna è tramontata e il sole è salito per illuminare un nuovo sentiero.


Cahier de route from the dark side of the moon

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