In ascolto: Cyndi Lauper – Time After Time
L’ho ritrovato fermo.
Non rotto: fermo. Segnava le tre e dieci di un giorno che non so più ricostruire, e nel cassetto c’era quel silenzio strano che fanno le cose che hanno smesso di respirare mentre non guardavi.
Non aveva bisogno di una revisione. Aveva bisogno di essere rimesso al polso.
L’ho tirato fuori con cura. L’ho accarezzato con gli occhi, come si guardano le cose che ci hanno accompagnato per una vita e alle quali abbiamo legato ricordi profondi.
Poi ho guardato il polso dove avrebbe dovuto essere, e ce n’era un altro.
L’ho sostituito senza accorgermene, come si sostituiscono quasi tutte le cose importanti: non con una decisione, ma con una comodità.
Il nuovo sa tutto. Conta i passi, i piani, le ore di sonno, i battiti al minuto. Mi dice quando alzarmi, quando respirare, quando è il momento di chiudere gli anelli. Sa quante volte il cuore ha accelerato ieri.
E la sera va attaccato alla presa, altrimenti la mattina dopo non esiste. Vive di corrente, e di cose utili, fisiche, concrete.
L’altro vive di sogni, di viaggi, di attese.
Uno è il blu. È la luce fredda di uno schermo che si accende da solo, il conto esatto, le notti divise in fasi.
L’altro è il rosso. È il sangue, il calore che devo dargli io, l’ora che non serviva a niente e che ricordo ancora.
Un orologio mi misura. L’altro mi ricorda.
Il secondo non ha una pila, non ha niente che lo tenga vivo da solo: ha un rotore che gira a ogni movimento del polso e trasforma in carica anche il gesto più inutile della giornata — allacciarsi una scarpa, alzare un bicchiere, chiudere una porta piano per non svegliare nessuno.
Non gli serve che tu faccia qualcosa di importante. Gli serve solo che tu ci sia.
Due giorni scarsi di riserva, e poi si ferma.
Dentro c’è un bilanciere che va avanti e indietro ventottomilaottocento volte in un’ora. Otto al secondo. Seicentonovantunmiladuecento in un giorno: quasi sette volte i battiti di un cuore.
7 vite che scorrono dentro 1.
O viceversa.
Un cuore che non si stanca mai, perché non ha nessuno da aspettare, solo gesti. Nessuno è troppo piccolo: ognuno è il confine sottile tra vivere e morire.
E sotto il bilanciere, giù nel meccanismo, ci sono i rubini.
Trentuno, al buio, dove nessuno li vedrà mai. Non sono lì per bellezza: sono la sola pietra abbastanza dura da lasciarsi attraversare milioni di volte senza consumarsi.
Non tengono insieme niente. Fanno solo in modo che due cose che si toccano di continuo non si consumino a vicenda.
Come nell’animo umano, anche negli orologi i meccanismi più complicati sono quelli all’interno. Fuori resta soltanto un’ora da leggere.
Il pezzo più prezioso è quello che nessuno vedrà, e che non ha altro compito che proteggere.
Rossi anche loro. Ma di un rosso diverso.
Quello della ghiera è vernice esposta: prende il sole, si stinge, vira al rosa. Quello dei rubini sta al buio e non sbiadisce, perché il colore non gli è stato dato da fuori: ce l’ha dentro, nella pietra.
Stessa parola per dirli. Profondità diverse.
Come i sentimenti, che hanno tutti lo stesso nome e non sono mai lo stesso colore.
E la ghiera è come l’avevo lasciata. Non è un difetto: è una perfetta imperfezione, quella che lo rende così vivo e vitale. È il conto esatto delle ore passate al sole, degli agosti, dei finestrini abbassati, di tutte le volte in cui non stavo davvero guardando l’ora.
E poi c’è l’acciaio di cui è fatto.
Non oro, non platino: acciaio, meno prezioso, più resistente. Satinato sopra, lucido sui fianchi — quella superficie che sembra opaca e invece prende la luce solo di lato.
La accoglie e la trattiene senza riflettere.
Si lascia scaldare e illuminare.
È la cosa più dura che ho addosso ed è, sotto le dita, la più dolce. Non graffia, non punge, non si impone. Sta lì. Segnando nello stesso momento due tempi che scorrono. Due fusi, due vite. Distanti fra loro esattamente quanto decidi tu.
E quando lo indossi è freddo per un minuto soltanto. Poi prende la tua temperatura e non la restituisce più: se lo togli al buio, tiene ancora il tuo calore per un po’.
Resistere e restare morbidi non è una contraddizione. È una lega. O una pietra, giù nel buio, che si lascia attraversare e non si consuma.
E i graffi sulla cassa sono una mappa — l’unica cosa che quell’orologio abbia scritto di suo pugno.
L’ho caricato girando la corona. Quel rumore piccolo, di ingranaggi che si schiariscono la voce.
Non ha chiesto niente. Nessuna spiegazione sui mesi nel buio, nessun conto da regolare.
Ha solo aspettato che tornassi a muovermi.
Ho rimesso l’ora. Tutte e due.
Due ore, due colori. E sotto, tutte le vite che ci sono passate dentro.
E poi c’è quella che sul quadrante non c’è: l’ora di un posto dove non sono, che continua a scorrere anche se lì nessuno la sta guardando per me.
Quella non si carica e non si ferma.
Va avanti da sola, rossa sotto il blu, come tutte le cose che non ho saputo lasciare andare.
Cahier de route — agosto 2026. Con due giorni di riserva, come sempre.
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