Note di cuore

In ascolto: Fryderyk Chopin — Notturno op. 9 n. 2


Chi ama scrivere è un musicista che ha trovato nel foglio bianco il suo pentagramma e nell’inchiostro la sua orchestra. Come il compositore insegue le note, io allineo le parole sulla pagina, battuta dopo battuta, misura dopo misura. E quando l’ultima frase si posa al suo posto capisco che non sto scrivendo una storia: sto accordando il silenzio, perché possa finalmente risuonare la musica segreta del cuore.


Ci ho messo anni a capire che scrivere non è solo dire delle cose. È anche ricucire un’anima che si sta lacerando.

A volte diventa sopravvivenza.

Non basta avere qualcosa da raccontare e trovare le parole giuste per farlo.


Spesso scrivo perché devo. Perché c’è qualcosa che preme e non trova altra porta, e l’unico modo per farlo uscire è svuotare il cuore una parola alla volta, come si svuota una stanza portando fuori un oggetto per volta, senza fretta, finché non resta l’eco.

Non è un gesto nobile. È uno sfogo. Ci sono sere in cui la pagina è l’unica persona sveglia in casa, e le dico cose che non direi a nessuno — non perché sia comprensiva, ma perché non risponde. Il giorno dopo rileggo e quasi sempre butto via tutto. Non importa: il peso è passato di là. È rimasto sul foglio invece che addosso.


Certe sere rileggo cose già scritte e sento tutto stonato. Eppure erano note giuste quando le ho scritte: erano note di cuore, e il cuore non sa scrivere in chiave.

Ma è svuotato, e va bene così.

Fino alla prossima volta in cui il foglio torna bianco, e il cuore pieno, e bisogna ricominciare.

È l’unica orchestra che ho. E la penna, come una bacchetta, continua a dirigerla al buio.


Cahier de route

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