In ascolto: Scorpions – Still Loving You
Ἀχωριστία, achoristia. I greci avevano una parola per dire ciò che non si può dividere — e io la scopro solo adesso, come si scoprono certe lettere mai spedite: quando la mano che doveva riceverle non c’è più.
Perché ci sono legami che non conoscono la geografia o il tempo. Puoi mettere in mezzo mille chilometri di autostrada, un’estate calabrese, un autunno torinese, il silenzio. Puoi non chiamare, non scrivere, non nominare. E resta tutto lì, intatto, come una moneta d’argento gettata in fondo a un pozzo: non la vedi più, ma sai che c’è. E il pozzo, da quel giorno, non è più solo un pozzo ma custode di qualcosa di prezioso: una moneta d’argento che scintilla ancora del desiderio espresso.
I greci, loro che avevano una parola per tutto, ne avevano due anche per il tempo. Χρόνος, chronos, il tempo che scorre e consuma: quello dei calendari, dei chilometri, delle stagioni che si danno il cambio senza chiedere permesso. E καιρός, kairos, il tempo che accade: l’attimo giusto, irripetibile, quello in cui due sguardi si incontrano e il mondo per un istante smette di girare.
Ne ho già scritto, di questi due. Ho scritto che chronos dice sei mesi e kairos dice una vita intera. Che chronos conta i giorni con la sua pignoleria da ragioniere, chiude la pratica, archivia l’uragano — e non ha capito niente. Perché gli uragani non si archiviano: il libro torna sullo scaffale, ma ormai l’hai letto, conosci le pagine a memoria, sai dove sono le orecchie e le sottolineature. E certe storie, una volta lette, non si possono più non sapere. Ecco: quello che allora chiamavo “non poter più non sapere” aveva già un nome, e il nome è achoristia.
Perché questa è la crudeltà: chronos passa, kairos resta. Gli anni si accumulano come neve su neve, e sotto — intatto, verde, insopportabilmente vivo — quell’attimo che non invecchia. Chronos mi ha portato via tutto il resto: le abitudini, la voce da dover sentire mille volte al giorno, i messaggi da fissare. Ma su kairos non ha giurisdizione. Quell’istante non appartiene al tempo che scorre; appartiene al tempo che è stato, una volta per sempre. E “una volta per sempre” è esattamente la definizione dell’achoristia.
Ho scritto di occhi che non si guardano ma attraversano — due millimetri di iride che secondo la scienza nemmeno esistono, e che invece restano addosso molto tempo dopo che la luce è cambiata. Quella era già achoristia: un colore che nessuno ha mai messo lì e che nessuno riesce più a togliere.
Ho scritto di due V spigolose che si toccano in un punto solo — uno, uno soltanto — e quel punto è il più alto di tutte e due. Le guardavo cercando di capire come stanno insieme, e adesso lo so: stanno insieme così, achoristia. Non fuse, non sovrapposte, nemmeno parallele. Separate in tutto tranne che in quel vertice. Perché l’inseparabilità non ha bisogno di un abbraccio intero: le basta un punto. Un istante di kairos in cui due tratti di penna si incontrano, e da lì in poi puoi allargare le due V quanto vuoi, fino a farle sembrare estranee — la lettera resta una. Nessun alfabeto è mai riuscito a dividerla.
E ho scritto perfino di una ghiera, mezza rossa e mezza blu, cotta in un pezzo solo di ceramica, con la linea di confine che non si vede. Anche quella era achoristia, e non lo sapevo: due colori che nessun forno riesce più a separare, il rosso che sbiadisce lentamente ma che nell’abbraccio del blu non scomparirà mai. Nessuno ci ha mai spiegato come si fa lo stesso con i sentimenti — come si tengono insieme in un pezzo solo l’amore e la sua mancanza, senza che si veda la giuntura. I greci, sì. Loro l’avevano capito: non si tengono insieme. Sono insieme. Dal principio, senza giuntura, perché non sono mai stati due pezzi.
Non è vicinanza, l’inseparabilità. È un’altra cosa, più ostinata e più mite insieme. È quella parte di te che ha preso la forma di qualcun altro e non torna più liscia. Come l’acqua che ha bagnato la carta: puoi asciugarla, stirarla, riporla tra i libri. Ma la pagina si ricorda. La pagina si ricorderà sempre.
I filosofi usavano questa parola per l’anima e il corpo, per le qualità che non si staccano dalla sostanza. Io la uso per due occhi verdi, per due V appese allo stesso vertice, per un rosso custodito dal blu, per certe notti stellate che continuano a orbitare da qualche parte — fuori da chronos, dentro kairos — indifferenti a ogni calendario, fedeli a un solo istante.
Non tutto ciò che finisce si separa. Questa è la verità che fa male e che salva: i greci l’avevano già archiviata in cinque sillabe.
Achoristia. Inseparabilità. Anche quando, soprattutto quando, non ci si appartiene più.
Cahier de route
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