Due ore, due colori


Chronos e Kairos, sullo stesso quadrante

In ascolto: Chet Baker – I Fall in Love Too Easily

I greci avevano due parole per dire tempo, e noi ne abbiamo tenuta una sola — la più povera. Chronos è quello che scorre: le lancette, i fusi, le ore che si accumulano come chilometri su una macchina che non ricordi più quando hai comprato e che hai scassato nel tuo viaggiare randagio. Kairos è l’altro: il momento giusto, l’istante che non poteva accadere in nessun altro punto della tua vita. Chronos si misura. Kairos si riconosce solo dopo, quasi sempre troppo tardi.

Nel 1955 la Pan Am chiese a Rolex un orologio capace di dire due ore insieme, perché i suoi piloti attraversavano il mondo e ne perdevano il conto. Rolex rispose con una lancetta in più e una ghiera divisa a metà: rossa il giorno, blu la notte. Lo chiamarono GMT-Master. Noi, molto più tardi e con molta meno solennità, l’abbiamo chiamato Pepsi.

Ma quelle due lancette non hanno mai segnato soltanto due fusi. Segnano Chronos e Kairos. Una gira per tutti. L’altra gira solo per te.


Nelle due ore c’è un mondo che cambia

Guarda il quadrante e prova a dirmi che è solo un orologio. Ci sono due ore lì dentro, e nello scarto fra l’una e l’altra c’è un mondo intero che cambia: qui è mattina e altrove è già sera, qui qualcuno si sveglia e altrove qualcuno sta chiudendo la porta di casa. Nella distanza fra quelle due lancette ci stanno gli aeroporti alle sei del mattino, le telefonate fatte all’ora sbagliata, i messaggi scritti quando dall’altra parte dormivano — e le risposte arrivate quando ormai avevo smesso di aspettarle.

È un oggetto che tiene tutto a metà. Non sceglie. Non ti dice qual è l’ora vera: te le mette davanti tutte e due e ti lascia lì, in mezzo. E io mi sono sempre riconosciuto in questo — nell’essere a metà fra due posti, fra due vite, fra chi sono stato e chi avrei dovuto diventare, con un piede in una città e la testa in un’altra. Chi vive così lo sa: non arrivi mai davvero da nessuna parte. Porti sempre addosso l’ora di casa, anche quando non sai più bene dove sia, casa.


Nei due colori, la dualità dei sentimenti

E poi ci sono i colori, la parte piú romantica. La ghiera è tagliata in due: rosso il giorno, blu la notte. Nasce come comodità tecnica ma rappresenta anche la mappa esatta di come funzioniamo dentro.

Il rosso è il colore dell’amore — è il sangue, è la fretta, è quella cosa che ti fa dire sì prima ancora di aver capito la domanda. Il blu è tutto il resto: la distanza, la nostalgia, il buio in cui aspetti che qualcuno risponda. E la cosa straordinaria è che sull’inserto in alluminio delle vecchie GMT è il rosso che se ne va per primo. Vira al rosa, si stinge, si arrende al sole. Il blu resiste sempre — il blu è paziente, la notte non ha bisogno di essere difesa.

E per risolvere l’inconveniente Rolex decise di passare alla ceramica per il materiale della ghiera. Ci sono voluti anni per ottenere una ghiera unica, mezza rossa e mezza blu, cotta in un pezzo solo, con la linea di confine che non si vede. Ecco: nessuno ci ha mai spiegato come si fa lo stesso con i sentimenti. Come si tengono insieme in un pezzo solo l’amore e la sua mancanza, senza che si veda la giuntura.

Il mio Pepsi ha la sua etá, la ghiera é sbiadita, il meccanismo sempre preciso e mai revisionato ogni tanto scricchiola.

E ci sono cosí affezionato perché mi ha sempre accompagnato, perché ha scandito le ore di 2 vite vissute in contemporanea, il mio Chronos e il mio Kairos, come me é stanco e ammaccato ma continua ad andare avanti. Con il rosso che sbiadisce lentamente ma che nell’abbraccio del blu non scomparirá mai. Il blu lo sostiene, vigila su di lui, il blu é il custode silenzioso della sua passione bruciante e viscerale. Il blu é Chronos e rosso é Kairos ed entrambi fanno la stessa cosa ma in modi diversi. Misurano la vita in ore e in battiti del cuore.


Guardare l’ora

Il 14 aprile 2026, a Ginevra, Rolex ha chiuso il capitolo: Pepsi è uscito dal catalogo senza un sostituto e senza un comunicato commosso. Semplicemente, la pagina non c’era più. L’ennesimo addio mai detto — perché le cose non finiscono con una scena, finiscono con un aggiornamento del catalogo. Un giorno cerchi qualcosa dove è sempre stata e non c’è, e nessuno ti ha avvisato perché era già finita da mesi e tu eri l’ultimo a saperlo.

Mi ha sempre affascinato Pepsi. Pur avendolo al polso ho passato anni a guardarlo nelle vetrine con la faccia dell’uomo che finge di controllare l’ora. Ed è proprio lì il punto: guardare l’ora non è mai guardare l’ora. È guardare il tempo che scorre e la vita che scorre dentro il tempo, e accorgersi che scorrono con fusi orari diversi. Il tempo va avanti puntuale, ordinato, tre milioni di secondi al mese. La vita no: la vita è in ritardo su certe cose e in anticipo su altre, ci mette anni a capire quello che il corpo aveva già deciso in un pomeriggio.

Un quarto fuso ce l’ho io stesso, e non ha bisogno di ghiere colorate e lancette in piú. È un’ora che porto dietro da sempre, ed è sempre l’ora di un posto dove non sono. Rosso e blu: quello che ho amato e quello che ho lasciato andare, il giorno e la notte cotti insieme in un pezzo solo.

Certe ghiere smettono di produrle. Certe ore, no.


Cahier de route — Torino, agosto 2026. Scritto guardando l’ora sbagliata, come sempre.


Post ripreso da katsiematsi.com.

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