La perdita dell’innocenza

In ascolto: Nick Drake – Place To Be

A vent’anni amavo come si guida di notte con gli abbaglianti accesi e finestrini abbassati: vedendo lontanissimo e niente di quello che hai intorno, il vento caldo sulla faccia, la musica alta, nessuna paura perché la vita a 20 anni non fa paura, perché ti senti invincibile, perché ti senti di avere il mondo in mano.

Ci pensavo l’altra sera, senza motivo. Una finestra aperta, l’aria di fine agosto che sa già di settembre, quella luce obliqua che allunga le ombre e ti mette addosso la nostalgia romantica dell’autunno imminente. Di quando immagini la nebbia, le giacche più pesanti, il profumo delle caldarroste, le luci della città già accese alle 5 di sera, il caldo tepore di casa quando torni dal lavoro.

Perché è tutto in movimento, adesso. Il corpo, la testa, il lavoro, il continuare a vivere da “randagio” per gestire una famiglia spezzata dalle vicissitudini della vita e dalle trasformazioni dei sentimenti. Non una cosa alla volta, con la cortesia di darti il tempo di adattarti: tutto insieme come se la vita avesse deciso che era ora di rifare i conti e avesse svuotato gli armadi sul pavimento.

E quando svuoti gli armadi, i conti li fai per forza. Anzi, li fa la statistica al posto tuo: ho vissuto la maggior parte della mia vita, e gli anni che mi restano sono meno di quelli che ho alle spalle. Non è una previsione. È aritmetica. E l’aritmetica ha la sfrontatezza di non chiederti se sei pronto.

Sono stato, fino a oggi, una persona che viveva i sentimenti in un certo modo. Puri. Interi. Con la convinzione — non l’idea, la convinzione — che qualcosa potesse davvero durare per sempre. E per quel per sempre mi sono speso ogni volta fino all’ultimo grammo. Sono rimasto quando bisognava rimanere, e anche quando non bisognava. Ho ricucito. Ho aspettato. Ho dato tempo a chi non me lo chiedeva e ne ho chiesto anche per me per cercare di recuperarmi e recuperare. Per chiudermi a riccio e viaggiare dentro me alla ricerca delle risposte e delle decisioni.

Adesso mi domando se lo facessi per amore o per paura. Perché lasciare andare ha sempre significato, per me, perdere un pezzo di me insieme all’altro — e ho passato una vita a difendere quel pezzo con le unghie, chiamandolo fedeltà.

Da ragazzo i sentimenti li vivevo come una scommessa: tutto sul rosso, tutto in una notte, con la certezza stupida e luminosa che l’intensità fosse la prova. Che se bruciava tanto, allora era vero. Che se faceva male, allora contava. Ho passato trent’anni a confondere il fuoco con la sostanza.

Il fuoco non è la sostanza. Il fuoco è solo fuoco, e se è vero che illumina e scalda, chiede un prezzo: consuma quello che trova.

E poi all’improvviso ci sono due occhi verdi che avevi già visto anni prima in una fase diversa della vita e che sono rimasti lì per tanto tempo, indimenticati ma inespressi.

Verdi e selvatici, di quel verde che non si lascia addomesticare. Non chiedono niente, non promettono niente, semplicemente ti guardano. E in quello sguardo c’è tutta la verità che hai passato mesi a non voler pronunciare. Che le cose cambiano. Che sono già cambiate. Che tu sei cambiato per primo e fai finta di no.

Non succede niente di clamoroso — nessuna scena, nessun colpo di teatro. È uno sguardo, un sorriso, qualcosa che ti entra nell’anima con una forza devastante e senza chiedere permesso. E quello che fa non è darti qualcosa di nuovo. È peggio, ed è più onesto: ti fa vedere quello che c’era già.

Le crepe. Le distanze. I silenzi lunghi che avevi archiviato come stanchezza, come lavoro, come è solo un periodo.

Ho fatto kintsugi per anni. Pazientemente, con l’oro, come si insegna — convinto che la riparazione fosse il senso, che una cosa rotta e rimessa insieme valesse più di una intatta. E in parte è vero. Ma il kintsugi ha un limite che nessuno racconta: puoi riparare solo le crepe che vedi. E mentre stavo chino su quelle, con la pazienza dell’artigiano, altre si aprivano dove non guardavo. Si sono allargate. A dismisura.

L’innocenza non finisce con un colpo secco. Non c’è una data. Finisce a strati, come si consuma una scala di pietra — un passo alla volta, senza che nessuno se ne accorga, finché un giorno ti fermi a metà e senti l’incavo sotto la suola.

E il disincanto non arriva come un dolore, questa è la cosa che non ti dicono. Arriva come un silenzio. Una stanza in cui hanno spento la musica e tu te ne accorgi solo dopo che c’era.

L’ho vista arrivare per gradi. Prima ho smesso di credere alle coincidenze. Poi ai segni. Poi alle seconde possibilità — che è la più dura da lasciare andare, perché è quella che ti giustifica tutte le volte che sei rimasto. E adesso sto lasciando andare anche la mia preferita: quella in cui l’ostinazione, prima o poi, viene premiata.

Non viene premiata. È solo ostinazione.

Perché la vita non è come l’avevo pensata. È disincantata, e non per crudeltà: per struttura. I sentimenti non sono eterni — vivono delle fasi, si trasformano, diventano altro. Hanno un crepuscolo, e nessuno ti avvisa. Ti raccontano dell’alba, ti raccontano del mezzogiorno pieno, ma nessuno ti parla di quella luce di fine agosto che è ancora calda e sa già di settembre, e che rende tutto più bello e più fragile insieme.

Quello che chiamavo tradimento del sentimento era solo il sentimento che cambiava forma, come fa qualsiasi cosa viva.

Allora la vera differenza è nel modo in cui si tiene una cosa in mano. Da giovane stringi — stringi finché non ti si sbiancano le nocche, perché ti hanno insegnato che l’amore si dimostra così, con la presa. Poi arrivi ai cinquanta e capisci che quasi tutto quello che hai stretto forte l’hai stretto per paura, non per amore. E che le due cose, da vicino, si somigliano parecchio.

Che il per sempre è una parola che abbiamo inventato per non dover dire finché dura, che sarebbe più onesto ma suona peggio in una promessa.

Così l’unica domanda seria non è più durerà? È un’altra, più piccola e molto più scomoda: questa fase qui, questa dimensione, questa cosa in cui mi trovo adesso — mi va ancora bene? Mi rende felice? Mi basta?

Nessuno risponde al posto tuo. L’equilibrio non te lo dà chi hai davanti: lo devi trovare dentro, o non lo trovi affatto.

E poi c’è la cosa che mi tiene sveglio più di tutte. Oggi sono due occhi verdi. Domani potrebbe essere un altro sorriso, altri occhi — e mi manderebbero in crisi allo stesso modo? Se la risposta è sì, allora il problema non sono gli occhi. Vorrebbe dire che c’è un problema e che quel problema aspettava soltanto qualcuno che accendesse la luce.

Non lo so. Sto imparando a stare dentro le domande senza pretendere subito la risposta — che è forse l’unica cosa adulta che ho imparato a fare quest’anno.

Ad ascoltare silenzi che esprimono più di mille parole.

A cinquant’anni devi crescere per forza, non c’è più tempo di rimandare. Devi smettere di credere nei sogni — o almeno, imparare a crederci senza pretendere che siano garantiti. Sognare senza la paura del risveglio. Amare senza appendere tutto al per sempre. Restare perché stai bene, non perché hai paura di andare.

È questa la perdita dell’innocenza. Non è diventare cinici. È smettere di chiedere alle cose di essere eterne per essere vere.

C’è meno luce adesso. Ma è la luce del tramonto, romantica, nostalgica, dolce. Una luce che prepara alla magia della luna.

Resta un uomo di quasi cinquant’anni che ha spento gli abbaglianti e guida piano col vento caldo sulla faccia e la musica abbassata per poter sentire meglio i propri battiti del cuore.

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