In ascolto: Bon Jovi – Never Say Goodbye
Oggi si parte. Dalla Calabria verso Torino, per qualche giorno, per poi tornare. Come da dieci anni a questa parte.
Dieci anni. Sembra ieri la prima volta, eppure di quella prima volta non ricordo quasi nulla — solo la sensazione, quella sì, identica ad oggi: un nodo leggero in gola che non è tristezza e non è paura, ma qualcosa che sta nel mezzo e non ha nome. Forse si chiama distacco. Forse si chiama semplicemente partire.
La scorsa settimana questo stesso viaggio l’ho fatto in andata e ritorno in nemmeno ventiquattro ore. Su e giù, come si fa una commissione. Il corpo ha viaggiato più veloce dell’anima: quando sono atterrato di nuovo qui, una parte di me era ancora là, da qualche parte sopra le nuvole, a chiedersi da che parte stessimo andando. Perché uno può anche abituarsi a partire — ma a partire due volte in un giorno, no. Quello non è viaggiare. È essere sospesi.
È un rito che conosco a memoria e che ogni volta mi coglie impreparato. Il bagaglio si chiude sempre allo stesso modo, con gli stessi gesti, la stessa cerniera che oppone la stessa resistenza. Ma dentro ci finisce sempre qualcosa che non avevo previsto: un pezzo di me che qui si perde — tra un caffè preso al volo, un tramonto guardato troppo in fretta, un abbraccio dato pensando già all’orario del volo — e che ritroverò a Torino, cambiato, un po’ più stanco, con addosso l’odore di un’altra vita.
Stamattina ho guardato il mare come si guarda una persona cara prima di salutarla: cercando di imprimermela negli occhi, di rubarne un dettaglio in più da portare via. Il modo in cui la luce si spezza sull’acqua alle otto del mattino. Il rumore che fa questa terra quando si sveglia. Le voci in dialetto che salgono dalla strada e che a Torino, tra qualche giorno, mi mancheranno come manca una canzone che non si trova più.
E ogni volta, mentre l’aereo rulla sulla pista, lo stesso pensiero. Sempre quello. Puntuale come le nuvole sull’Aspromonte: e se non tornassi mai più? Se questa fosse l’ultima volta che vedo questi volti, che ascolto queste voci, che respiro quest’aria che sa di sale e di casa? La vita non chiede il permesso per cambiare. Potrebbe stravolgersi di nuovo, da un giorno all’altro — l’ha già fatto, so come fa, conosco il rumore che fa una vita quando si rompe — e allora toccherebbe ricominciare. Ricostruire tutto in altri spazi, imparare altre strade, altri bar, altri silenzi. Dare del tu a muri che non mi conoscono. È già successo. Potrebbe succedere ancora.
È questo il randagismo vero: non il viaggio in sé, ma il non poter mai dare nulla per scontato. Ogni saluto porta dentro un addio possibile. Ogni “ci vediamo presto” è una speranza travestita da certezza. Ogni ritorno è una fortuna, non una promessa mantenuta.
E da là, puntuale, comincerà il rimpianto. Lo conosco bene, arriva sempre il secondo giorno, quando la valigia è ancora mezza disfatta e il telefono si riempie di foto che sembrano già di un’altra epoca. Rimpiangere questo mare, questa luce che al nord non esiste, queste tavole lunghe dove si parla tutti insieme e nessuno si ascolta e va bene così.
Ma poi mi chiedo: cos’è davvero, questo rimpianto? È questo posto, o è questa vita? Questi posti mi sono entrati dentro, è vero — ma mi sarebbero entrati ugualmente, se la mia vita fosse stata un’altra? Se un giorno tutto cambiasse di nuovo, questa terra continuerebbe a chiamarmi, o scoprirei che a chiamarmi non era mai stata lei? Cosa rimpiango, davvero: la terra, o le persone che me l’hanno fatta amare? Perché forse i luoghi non esistono da soli. Esistono i tramonti perché c’è qualcuno accanto a cui guardarli. Esiste il mare perché c’è una voce che ti chiama fuori dall’acqua. Forse è questo che porto via ogni volta: non un paesaggio, ma i volti che lo abitano. E se un giorno quei volti non ci fossero più, resterebbe solo geografia.
Attendere la volta successiva, che spesso dista mesi. Contare le settimane come si contano le onde: sapendo che arriveranno, non sapendo quando. Sperando che arrivino. Sperando di esserci.
Sentirsi randagio non aiuta a trovare la stabilità. Mai. Vivi con una valigia nell’anima, sempre pronta accanto alla porta, e quando finalmente pensi di aver trovato un equilibrio — un posto, un’abitudine, una quiete che assomiglia alla pace — è già ora di ripartire. La vita ti aspetta sempre da un’altra parte. Ti vuole sempre altrove. E tu obbedisci, perché è l’unica lingua che hai imparato davvero.
Eppure, forse, è proprio questo uno dei segreti: smettere di cercare casa fuori. Smettere di chiederla agli indirizzi, alle città, ai chilometri. Abitare bene dentro di sé, arredare quella stanza interiore che nessun trasloco può svuotare, che nessun cambiamento può portare via, che nessun aereo può lasciare a terra. Perché chi impara a starci bene, dentro, trova casa ovunque. Anche in un aeroporto alle sei del mattino. Anche a metà strada tra un mare che saluta e una città che aspetta. Anche in una vita ancora tutta da ricostruire, con le fondamenta da qualche parte e il tetto chissà dove.
Si parte. Ancora una volta. Il mare resta indietro, si fa piccolo, diventa una striscia e poi un ricordo. E come sempre, una parte di me resta qui a guardare l’aereo che si alza — ferma sulla pista, con la mano sugli occhi per il sole.
Sperando di rivederla. Sperando che mi aspetti.
Cahier de route
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