Never say goodbye


Never say goodbye

In ascolto: Bon Jovi – Never Say Goodbye

Ci sono canzoni che non si ascoltano. Si abitano.

Never Say Goodbye è una di quelle. Parte la chitarra e non sei più dove sei: sei in un’estate di cui non ricordi l’anno ma ricordi la pelle. Sei in una macchina ferma con i finestrini abbassati, in una notte che non voleva finire. Sei davanti a qualcuno che stavi per salutare e non volevi salutare mai, perché tutti e due sapevate che dirvi addio in quel momento sarebbe stato un modo di ammettere che il tempo esiste specie dopo la storia passionale di una sera. E a quel tempo al “tempo” non ci credevamo ancora convinti che “sempre” e “mai” non fossero parole ma stati della materia dei sentimenti.

Stasera l’ho riascoltata per caso alla radio. Non cercavo lei ma è arrivata, forse perché lei cercava me, e mi ha fatto quello che sanno fare solo certe canzoni: mi ha aperto un cassetto che credevo chiuso a chiave. Dentro c’era polvere, e sotto la polvere c’ero io. Un io più giovane, più intatto, che guardava il mondo come si guarda un regalo ancora incartato.

Bon Jovi la scrisse pensando ai balli di fine anno, alle promesse dei diciott’anni, a quelle notti in cui si giura “per sempre” con la leggerezza di chi non sa ancora quanto costa e quanto spesso esista solo nelle favole della buonanotte.

Ma le canzoni, quelle vere, tradiscono il loro autore: escono di casa e vanno a vivere nelle vite degli altri. Diventano di chi le ascolta, come le case diventano di chi le abita. E nella mia vita, questa canzone parla di un’altra cosa. Parla di tutte le volte che ho salutato qualcuno sperando che non fosse un addio. E sono state tante. Più di quante vorrei contare.

Perché io gli addii non li so dire. Non ne sono mai stato capace. Dico “ci vediamo”, dico “a presto”, dico “ci sentiamo” — piccole monete false che spendo per non pagare il prezzo vero. Le pronuncio sulla soglia, con la mano già sulla maniglia, con quella fretta finta che serve a non far vedere gli occhi. Never say goodbye: non è una promessa romantica, è una strategia di sopravvivenza. Se non lo dici, l’addio, forse non esiste. Se lasci la porta socchiusa, forse qualcuno la riaprirà. Forse il vento. Forse nessuno. Ma socchiusa, almeno, lascia passare la luce, l’aria, l’ossigeno. La porta chiusa sigilla il mio mondo, pian piano le stelle dei sogni perdono ossigeno e rischiano di spegnersi.

Nelle parole dei desideri di quel passato: volevamo tutto. Tutto. E la cosa struggente non è che non l’abbiamo avuto — è che non ricordo il momento esatto in cui abbiamo smesso di volerlo e se davvero abbiamo smesso di farlo. Non c’è stata una data, un giorno preciso. È successo piano, come si spegne un fuoco quando nessuno lo guarda. È questa la nostalgia più feroce: non il rimpianto di ciò che è stato, ma di ciò che credevamo sarebbe stato. Le notti in cui il futuro era una promessa e non un calendario. Quando “per sempre” era una misura di tempo credibile, e le parole pesavano poco perché non si erano ancora mai rotte.

Ma poi, stasera, mi sono fatto una domanda che non mi ero mai concesso: quell’estate è esistita davvero? Quei ricordi li ho vissuti così come li ricordo — o è il tempo che li ha riscritti, addolciti, romanzati? La memoria non è un archivio: è una narratrice. E le narratrici mentono, per amore. Tolgono la noia, le attese, le zanzare, le incomprensioni, le sere storte. Lasciano solo la luce dorata, il ritornello, la mano nella mano. Forse quella notte in macchina era più fredda di come la ricordo. Forse eravamo più impacciati, più tristi, più soli. Forse sto rimpiangendo un’estate che non è mai esistita in quella forma — un film montato dalla nostalgia, con la colonna sonora scelta dopo.

E poi, tornando ad oggi, c’è lei. Un presente che è iniziato in un passato recente, così recente che ancora non so da che parte guardarlo. E mi chiedo: sa già di nostalgia? È una di quelle cose che nascono con la data di scadenza scritta da qualche parte, che la memoria sta già impacchettando per ricordarle un giorno con la stessa luce dorata di quell’estate — oppure è un presente vero, un presente che sta crescendo, che mette radici mentre io non guardo? Non è una domanda da poco. Perché se è la seconda, allora cambia tutto: allora il goodbye non dovrò dirlo a lei. Dovrò dirlo ad altre cose, ad altre persone, ad altre versioni della mia vita che le facevano spazio prima che arrivasse. E forse è questo che mi spaventa di più: non l’addio in sé, ma scoprire a chi tocca. Perché ogni cosa che cresce chiede terreno, e il terreno, dentro, non è infinito. Qualcosa va lasciato andare perché altro possa restare.

Non ho la risposta. Forse non la voglio. Forse certe domande servono solo a essere tenute aperte, come le porte.

Mi chiedo dove siano, adesso, quelli con cui ho cantato questa canzone a squarciagola. Quelli dei falò, dei motorini, delle estati che sembravano un’unica estate lunga anni. Alcuni li ho persi per strada senza accorgermene — è così che si perdono le persone, mica con le tragedie: con le distrazioni. Un messaggio senza risposta, un compleanno dimenticato, una città di mezzo. Certi “a presto” erano addii travestiti, e l’ho capito solo anni dopo, quando il presto non è mai arrivato. E ormai era tardi anche per accorgersene.

Eppure continuo. Continuo a non dire addio. A chi parte, a chi resta, alle stagioni che finiscono, alle versioni di me che lascio indietro ogni volta che la vita cambia strada — e ne ho lasciate parecchie, ferme sui marciapiedi degli anni, a guardarmi andare. Li saluto tutti allo stesso modo: con la mano alzata e la frase sbagliata, quella che tiene aperta la possibilità.

Perché forse è questo, in fondo, l’amore — per una persona, per un posto, per un tempo, per chi eravamo: rifiutarsi di chiudere il cerchio. Lasciare che le cose restino sospese, incompiute, ancora possibili. Come una canzone che finisce in dissolvenza invece che con l’ultimo accordo. Non finisce: si allontana. Che è diverso. Che è tutto.

Never say goodbye. Mai.

Non perché non si parta. Si parte sempre, si parte comunque. Ma perché chi ami non se ne va davvero: cambia solo indirizzo. Si trasferisce in una canzone, in un odore, in una strada percorsa insieme una volta sola. E ogni tanto — una sera qualunque, mentre cerchi altro — parte quella chitarra. E torna a trovarti.

Vera o romanzata che sia.

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