THE GAME

Ci sono accuse che arrivano come pioggia di traverso: non le vedi partire, le senti solo addosso.

Giocare coi sentimenti. Come se il cuore fosse un tavolo verde, le carte in mano, il bluff studiato. Come se ci fosse una strategia, un piano, un vincitore.

Io non ho mai giocato con i sentimenti di nessuno. Mai.

Sono stato conflittuale, questo sì. Irrisolto, anche. Sono stato un uomo che dice una cosa e ne sente due, che si avvicina e poi arretra, che vorrebbe restare e intanto guarda la porta. Ho abitato le mie contraddizioni come si abita una casa vecchia: con le crepe a vista, senza nasconderle sotto la vernice.

Ma la confusione non è calcolo. Il conflitto non è inganno. Un cuore diviso non è un cuore bugiardo — è solo un cuore che non ha ancora trovato la strada, e la cerca al buio, sbattendo contro i mobili.

Chi gioca coi sentimenti sa sempre dove sta andando. Io non lo sapevo quasi mai. E in quel quasi mai c’era tutta la mia sincerità: goffa, imperfetta, a volte dolorosa per chi mi stava accanto. Ma vera.

Ho amato male, forse. Ho amato a metà, a strappi, con le riserve di chi si è già fatto male e tiene una mano sul cuore come si tiene sulla ferita. Ma ho amato sul serio, ogni volta. Anche quando non riuscivo a dirlo. Soprattutto quando non riuscivo a dirlo.

E adesso, guardando indietro, non chiedo assoluzioni. Chiedo solo la parola giusta. Perché tra chi gioca e chi si perde c’è una differenza enorme: chi gioca decide ogni mossa, chi si perde le subisce. Uno tiene le carte in mano, l’altro le ha perse per strada.

Io non ho mai scelto di far male. Mi sono solo perso, qualche volta, dentro me stesso.

E chi si perde non gioca. Cerca.

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