The neverending flame

Cahier de route


Ci sono cose che finiscono e poi non finiscono mai davvero. Si chiude una porta, si dice l’ultima frase, ci si convince che è fatta — e poi, qualche giorno dopo, si trova comunque una scusa per scrivere. Un articolo che “tanto potrebbe interessarti”. Una domanda a cui si conosceva già la risposta. Un dettaglio dimenticato, tirato fuori apposta per avere un pretesto.

On cherche toujours un prétexte. Si cerca sempre un pretesto.

Non è quasi mai per il contenuto del messaggio. Il messaggio è solo il veicolo — spesso il più stupido possibile, quasi imbarazzante nella sua futilità, proprio perché la futilità è ciò che lo rende innocuo, permesso, giustificabile anche a se stessi. “Guarda questo, mi ha fatto pensare a te” può voler dire mille cose, ma quello che dice davvero è: non voglio perdere il filo.

Il filo. È questa la parola giusta. Non il rapporto intero, che magari è finito per ragioni buone, condivise, persino sagge. Ma il filo — quel sottile contatto che rimane quando tutto il resto si è già ritirato. Si scrive non per riaprire, ma per non lasciare che si spezzi del tutto. Come tenere un dito su un lembo di stoffa che si sta sfilacciando, senza cucirlo, solo per rallentare lo sfilacciamento.

C’è qualcosa di quasi liturgico in questi piccoli gesti: rubare un istante di conversazione, sapendo che non porterà a nulla, che non deve portare a nulla, che il suo unico scopo è esistere per qualche minuto — uno scambio, due righe, una risposta — prima di richiudersi di nuovo nel silenzio concordato. Non si accende un fuoco. Si tiene viva una fiammella. È un gesto minore, quasi vergognoso nella sua piccolezza, eppure è tra i più umani che conosca: la resistenza a lasciare che qualcosa si spenga del tutto, anche quando sappiamo che dovremmo.

Un cahier de route non è un diario. Non registra le grandi decisioni. Registra questi scarti — le scuse, i pretesti, i messaggi che si scrivono e si cancellano tre volte prima di essere spediti. È qui, in questi frammenti, che si vede meglio cosa davvero non vogliamo perdere.

Forse per questo li scrivo. Non per giustificarli. Per lasciarli come sono: piccoli, imperfetti, ostinatamente vivi.

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