“Ciò che è rotto due volte è più forte nei punti in cui si è spezzato.”
Ci sono mattine in cui penso che tutti noi siamo, in fondo, ceramiche riparate con l’oro. Non perfette — anzi, tutt’altro. Segnate. Ma tenute insieme da qualcosa che prima non c’era.
Il kintsugi non nasconde la crepa. La illumina. È un gesto che sembra quasi un atto di pudore rovesciato: invece di far finta che nulla sia mai andato in pezzi, si prende la frattura e la si veste d’oro, come si fa con una cicatrice di cui, col tempo, si smette di vergognarsi.
Penso a quante cose, nella mia vita, avrei voluto restassero intere. Persone che non ci sono più nello stesso modo. Mattine che non tornano. Un modo di essere che si è rotto per strada, senza che me ne accorgessi subito. E penso che per anni ho provato a incollare tutto cercando di far sparire la linea di frattura, di tornare a com’era prima — come se il “prima” fosse l’unica versione accettabile di me.
Ma non funziona così. Non è mai tornato tutto com’era prima. E forse va bene così.
C’è una malinconia dolce in questo pensiero: che le cose belle di oggi portano dentro, visibili se le guardi bene, le crepe di ieri. Non sono cicatrici da nascondere sotto la manica. Sono la prova che qualcosa è stato riparato con cura, non con fretta. Con oro, non con colla qualunque.
Non so se invecchiare sia solo questo — imparare a mostrare le proprie crepe senza più vergognarsene. Ma stamattina mi piace pensarla così: che ogni frattura ricomposta con attenzione vale più della superficie liscia che non si è mai rotta, perché quella superficie non ha ancora una storia da raccontare.
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