Addio

E quando il loro sguardo si incrociò l’inferno vide il paradiso e si strusse pensando a tutto ciò che non poteva avere.

C’è un istante, prima delle parole, in cui due sguardi si toccano senza chiedere permesso. Ed è lì che l’inferno — che fino a un attimo prima si credeva un luogo, una condanna, un destino già scritto — si accorge di essere solo uno dei due modi possibili di stare al mondo.

Perché il paradiso non è mai lontano. Non abita altrove, non è promesso a chi si è comportato bene. Sta in una manciata di minuti, in una mano che trova la tua senza cercarla, in un mattino qualunque che sembra promettere tutto. E l’inferno, guardandolo, capisce finalmente cosa gli manca: non l’assenza di dolore, ma la presenza di quella leggerezza che lui non ha mai saputo abitare.

Si strugge, l’inferno. Non perché non possa avvicinarsi — può farlo, eccome, può sfiorare quello sguardo, può illudersi per una sera di essere anche lui capace di quella luce. Ma sa già che non potrà restarci. Chi ha vissuto troppo a lungo nell’ombra porta l’ombra con sé anche quando entra nella stanza più luminosa: la porta sulla pelle, nella voce, in quel modo di amare che brucia invece di scaldare.

Il cielo è nei suoi occhi, l’inferno nel suo cuore. Ed è forse la contraddizione più difficile da reggere: guardare qualcuno negli occhi e trovarci il paradiso, mentre dentro di sé si porta un cuore che non ha mai smesso di ardere. Non è ipocrisia, non è finzione. È solo che l’inferno non si vede da fuori — nessuno lo indossa come un segno riconoscibile. Sta sotto, nascosto dietro un sorriso che sembra vero perché in parte lo è, dietro parole gentili che non mentono ma non dicono tutto. Chi guarda dall’esterno vede solo la luce riflessa negli occhi, non immagina il fuoco che la genera.

Le ombre dell’inferno non sono buie come ci si aspetterebbe. Sono ombre familiari, quasi domestiche: l’abitudine a nascondere, il timore di essere visti per intero, la certezza — spesso sbagliata, ma radicata — di non meritare quella luce che pure si desidera con tutte le forze. Sono ombre che si portano da anni, a volte da una vita, cresciute insieme a noi come una seconda pelle. E la cosa più insidiosa è che non fanno rumore: non gridano, non si impongono. Restano semplicemente lì, in fondo al petto, pronte a farsi sentire proprio nei momenti in cui la luce sembra più vicina — come se non tollerassero la vicinanza di ciò che non possono trattenere.

Ed è per questo che l’inferno, pur avendo il cielo negli occhi, non riesce mai a spegnere il cuore che arde. Perché le ombre non si dissolvono per desiderio, né per quanto si ami intensamente qualcosa di luminoso. Si dissolvono, quando si dissolvono, lentamente, col tempo, con la pazienza di chi impara piano piano a fidarsi della luce invece di temerla. Fino ad allora, si convive: si porta il cielo negli occhi e l’inferno nel petto, nella stessa persona, nello stesso sguardo che incrocia l’altro senza mai poter dire tutta la verità su cosa si agita sotto la superficie.

E c’è una cosa che l’inferno sa, e che nessun altro potrebbe sapere: che quello sguardo non è nuovo. Che l’ha già incontrato, identico, nove anni prima — in un tempo che sembrava non dover finire e che invece è finito, come finiscono le cose che si credono eterne proprio mentre le si vive. Nove anni sono tanti per dimenticare un volto, ma non abbastanza per disimparare come ci si sente quando quel volto ti guarda. Il corpo lo riconosce prima della mente: un tuffo al petto identico a quello di allora, come se il tempo in mezzo non fosse trascorso ma solo sospeso, in attesa di essere richiamato da un solo sguardo. È questo, forse, il vero inferno: non l’assenza dell’altro, ma la sua persistenza — sapere che una persona può restare intatta dentro di noi per un decennio, pronta a riaccendersi al primo contatto, come una brace che si credeva spenta e che bastava soffiarci sopra.

Ed è qui la cosa più scomoda di tutte: non esistono due persone, una del paradiso e una dell’inferno, destinate a scontrarsi come in una favola morale. Esiste un solo corpo, la stessa persona, capace nello stesso giorno — a volte nello stesso minuto — di essere l’uno e l’altro. Si può uscire da un inferno alle nove e mezza ed entrare in un paradiso alle dieci meno un quarto, senza nemmeno cambiarsi d’abito. E si può, incrociando uno sguardo — quello di ieri o quello di nove anni fa, non fa differenza, perché certi sguardi non invecchiano — riconoscere in un istante tutto quello che si è e tutto quello che non si potrà mai avere.

E allora forse bisogna arrendersi a una domanda scomoda: perché continuiamo a desiderare ciò che sappiamo già di non poter tenere? Non è ingenuità, non è testardaggine. È qualcosa di più antico, che non ha bisogno di una spiegazione razionale per esistere. Forse ci amiamo così tanto proprio perché sappiamo che non ci potremo avere mai. Perché l’impossibilità non spegne il desiderio: lo custodisce, lo protegge da tutto ciò che di solito lo consuma — l’abitudine, la routine, l’usura lenta dei giorni uguali. Ciò che non si può avere non delude mai, non invecchia, non si spegne in una discussione qualunque su una bolletta o un weekend organizzato male. Resta lì, intero, per sempre nella sua forma più pura: promessa mai infranta perché mai davvero fatta.

È una consolazione crudele, questa. Perché significa che l’inferno ama il paradiso proprio in virtù della distanza che li separa, e che se quella distanza un giorno si annullasse, forse smetterebbe di amarlo con la stessa intensità. È il non-poter-avere a rendere prezioso ciò che si guarda. È la soglia mai varcata a mantenere viva la fiamma. Chi ha amato qualcuno di irraggiungibile lo sa: si può passare anni a costruire, nella propria testa, una vita intera con quella persona — le mattine, i silenzi, le liti, le paci — proprio perché nessuna di quelle scene dovrà mai confrontarsi con la realtà, che inevitabilmente delude, sfianca, consuma.

Forse è proprio questo, amare qualcuno: guardarlo come l’inferno guarda il paradiso. Con desiderio e con lucidità. Sapendo che quella luce non ci appartiene, che forse non ci è mai appartenuta nemmeno nove anni fa, e volerla lo stesso — con la stessa intensità di allora, come se in mezzo non ci fosse stato nulla, come se il tempo, per certe cose, semplicemente non contasse. E sapendo, infine, che è proprio quell’impossibilità a renderci capaci di amare così: senza rete, senza garanzie, senza la certezza del ritorno — puramente, per il solo gusto di farlo, anche quando l’unica cosa che ci resta in mano è lo sguardo di un istante, e tutto il resto è solo distanza.

Lascia un commento